IL CASO U-Mask


La burocrazia e i competitors hanno distrutto U-Mask, il brand nato nel mezzo della pandemia che sviluppa mascherine innovative. E’ vero che U-Mask non ha una validazione scientifica ufficiale, ma dispone solamente di un brevetto richiesto e materiale visivo che spiega il filtraggio delle mascherine. Togliere le mascherine U-Mask dal commercio significa lecitamente controllare con grande accortezza il mercato dei dispositivi di protezione, però si utilizza il classico metodo di “due pesi e due misure”. La mascherina proposta infatti è stata paragonata da professionisti competenti come una Ffp3, e il test al quale si era sottoposto ha certificato una protezione per il 99% sia verso l’interno che verso l’esterno. Secondo i test indipendenti di un’azienda concorrente invece sostiene che la mascherina non copre più del 70%. Si tratta di grande innovazione di prodotto o di un’ingannevole nuova tipologia di mascherine? U-Mask spopola nel pieno della pandemia con un prodotto personalizzabile, riutilizzabile, progettato ad hoc per il nostro viso e ultra confortevole. Sul sito dell’azienda c’è scritto a caratteri cubitali che le mascherine sarebbero le prime sul mercato ad essere “biotech”: 4 strati differenti e un involucro esterno in nylon riciclato. L’innovazione sarebbe nel sistema “auto-sanificante”, un principio attivo naturale capace di ridurre la carica batterica tanto da distruggerli al suo interno. U-Mask poteva essere l’ennesima eccellenza italiana, forse mandata al tappeto dalla concorrenza? (Guglielmo Rossi Scota)


#U-MASK #mascherine #covid #ffp3 #pandemia

Web Magazine di architetture, design, società, sostenibilità, materiali, arte e bellezza.
Opinioni sul progetto